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 ::. Monti Gemelli | Escursioni | L'Eremo di S.Francesco alle Scalelle (Gole del Salinello)

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::. Difficoltà: E (media difficoltà)
::. Dislivello: +/- 350 mt
::. Durata: +/- 2-3 ore
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S. Francesco alle Scalelle

Nel cuore delle Gole del Salinello, a 680 metri di quota si trova l'eremo di S. Francesco alle Scalelle, il cui toponimo deriva dalla presenza di numerosi gradoni di roccia che dal greto del torrente permettevano agli eremiti di raggiungere la grotta, nascosta dalla vegetazione per buona parte dell'anno. Secondo la tradizione locale, dopo aver visitato la città di Ascoli, S. Francesco di Assisi vi avrebbe soggiornato, affascinato dalla spiritualità del luogo.

L'eremo, già a partire dal 1273, era alle dipendenze del monastero benedettino di S. Angelo in Volturino. La grotta, che si presenta come un ampio riparo sotto la roccia, conserva alcuni tratti dei muri dell'Eremo. Nell'area d'ingresso è ancora visibile una cisterna. Poco più a valle affiorano, lungo il declivio, resti di muri di terrazzamento utilizzati per la coltivazione del terreno. La leggenda racconta che S. Francesco, dopo aver predicato a Macchia da Sole, giunse nei pressi della grotta e si ritirò a pregare sotto l'ombra di una grande quercia. Qui, all'improvviso, fu assalito da una moltitudine di pulci che iniziarono a tormentarlo.

Mentre sbigottito tentava di liberarsi dalle pulci, vide, su un enorme masso, il Demonio sghignazzante per avergli disturbato la preghiera. Allora il Santo gli puntò il bastone dal quale scaturì una folgore che fece precipitare il diavolo dalla Montagna. Su una pietra, chiamata "il Sasso di S. Francesco" rimasero impresse le impronte del ginocchio e della mano del Santo, mentre sul versante opposto è ancora visibile un grosso foro sulla roccia dal quale, si dice, precipitò il Demonio.


( Notizie a cura dell'Ente Parco)

Eremo di S.Francesco

In questo eremo gli incavi realizzati sulla roccia sono pochissimi e da ciò è possibile arguire che la copertura degli ambienti venne realizzata in maniera tradizionale senza appoggiarsi alla parete rocciosa. Altre mura sono visibili poco più a valle lungo il declivio, ma, considerando la ripidità del pendio, possono essere considerate delle semplici mura per contenere il terreno o per realizzare degli orti.

La prima notizia su S. Francesco alle Scalelle ce la fornisce Rainaldo, vescovo di Ascoli, il quale, nel 1273, esentò questo luogo di culto ed altri vicini, dalla giurisdizione ordinaria, trasferendola al priore di S. Angelo in Volturino. Bonifacio VIII, in una bolla del 1297, nomina nuovamente la chiesa come S. Francesco in Monte Polo.

Il Palma ci dà anche una sommaria indicazione della località: " ... diruto nel territorio di Macchia da Sole, sulla strada per Ripa di Civitella, non lungi dal così detto Castello del Re Manfrino ... ". Ed effettivamente S. Francesco si trova lungo un sentiero che conduce da Macchia da Sole a Ripe. Il riparo fu visitato dal Rosa nell'Ottocento ma, contrariamente a quanto da lui affermato, è del tutto sterile di industria, come ha rilevato il Radmilli.

(Info a cura della Regione Abruzzo: realizzazione Archeoclub - Pescara - Majambiente)

Il cibo degli eremiti

Gli anacoreti medioevali nella solitudine delle montagne cercavano affannosamente l'incontro con Dio attraverso la preghiera, la meditazione e le privazioni del vivere civile. La vita eremitica era dura, difficile piena di privazioni e sofferenze dovute all'asprezza dei luoghi. Il cibo di questi uomini era modesto e scarso sia per le condizioni ambientali che per una loro esplicita scelta.

Gli eremiti volutamente sceglievano una dieta parca, ai limiti della sopravvivenza. Disdegnavano la carne, i cibi ricercati che caratterizzavano invece lo stile di vita, spesso dissoluta e voluttuosa, dei signori benestanti; si alimentavano di radici, verdure, frutti degli alberi che più di ogni altro cibo richiamavano l'umiltà della vita del cristiano, almeno alle origini.

La domenica si concedevano il lusso del vino, bevanda sacra in quanto fondamentale nel rito dell'eucaristia. Questi uomini solitari giravano nei boschi e sui pascoli alla ricerca di verdure spontanee, radici e bulbi commestibili per il loro umile pasto. Praticavano anche una rudimentale agricoltura. Infatti presso alcuni eremi tuttora sono visibili i resti di piccoli terrazzamenti, anche sulle rupi più impervie ed inospitali, come nel caso della grotta di Santa Maria Scalena oppure quella di San Francesco.

In questi modesti orti aerei, gli eremiti coltivavano alcuni ortaggi di cui avevano bisogno e qualche pianta officinale utile per curare ferite e malanni, oppure piante di forte valenza simbolica come la menta sacra alla Madonna poiché la madre del Signore, in fuga dai suoi persecutori, se ne era nutrita. Tuttora presso gli impervi eremi del Salinello si ravvisano le tracce delle colture degli eremiti che vi hanno dimorato, non solo muretti di contenimento, canali di scolo ecc, ma anche i vegetali del passato ormai tornati allo stato spontaneo.

Nei pressi dell'ingresso della grotta di Santa Maria Scalena si può osservare il macerone (Smyrnium olusatrum), una pianta erbacea che nel periodo romano e in quello medioevale veniva coltivato negli orti come verdura. Ad un occhio attento non sfugge la presenza del pisello selvatico (Pisum sativum elatius), il progenitore del pisello coltivato, la cui presenza in un sito rupestre così accidentato testimonia una sua antica coltivazione.

(Notizie a cura dell'Ente Parco)
 

 
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