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 La cresta di Balzi Classette e Monte Gorzano

 
     
 

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 ::. Monti della Laga | Geologia

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I monti della Laga si sviluppano per oltre 24 km tra gli altopiani di Amatrice (RI) e di Campotosto (AQ) e il subappennino teramano, inseriti geograficamente tra la catena dei M.ti Sibillini a N ed il massiccio del Gran Sasso a S. Costituiscono il più alto rilievo arenaceo dell'Appennino: infatti, si elevano per un settore di quasi 12 km oltre i 2000 mt s.l.m. e toccano le massime quote con M. Gorzano (mt 2458), la vetta più alta del Lazio, Cima Lepri (mt 2445), Pizzo di Sevo (mt 2419) e Pizzo di Moscio (mt 2411).

A differenza degli altri gruppi montuosi dell'Appennino Centrale, in prevalenza formati da rocce carbonatiche (calcari e dolomie), la Laga risulta costituita da una successione torbiditica di età messiniana, nota in letteratura come Formazione della Laga. Si tratta di un corpo sedimentario di forma lenticolare e di notevole spessore (ca. 3000 mt), caratterizzato da un insieme di litofacies variabili da quella arenacea e pelitico-arenacea a quella marnosa.

Si ritiene che l'apparato torbiditico della Formazione della Laga, interpretabile come un sistema di conoidi sottomarine profonde, costituisca il riempimento di un profondo bacino a circolazione ristretta ed in forte subsidenza, formatosi nel Miocene superiore a seguito del sollevamento e corrugamento del Gran Sasso. I M.ti della Laga rappresenterebbero, pertanto, l'unica testimonianza di bacino marino profondo durante il Messiniano, per tutto il Mediterraneo (ADAMOLI, 1988).

Gli strati sono disposti a monoclinale con immersione generale verso E (cioè, come le pagine di un libro sollevato sul lato sinistro), che rappresenta il fianco orientale di una piega anticlinalica orientata NNW-SSE (Anticlinale della Laga), leggermente convessa verso W, riferibile alla fase tettonica compressiva del Pliocene inferiore-medio. L'assetto strutturale a monoclinale determina un'evidente asimmetria dei versanti: più ripido e meno esteso quello occidentale, a reggipoggio (corrisponde al dorso del libro), in particolare nel tratto M. di Mezzo - Pizzo di Sevo; meno acclive e maggiormente sviluppato quello opposto, relativo alla superficie degli strati (la copertina del libro).

Gli eventi tettonici e climatici, che interessarono l'Appennino tra la fine del Pliocene e il Pleistocene, e la natura litologica del substrato hanno improntato l'attuale configurazione geomorfologica della catena. In particolare, una faglia diretta (lunga alcune decine di km e con rigetto verticale di circa 1500-2000 metri), riferibile alla fase tettonica distensiva del Pliocene superiore, ne ha ribassato il fianco occidentale: il fenomeno è reso evidente dalla scarpata che sottolinea la brusca variazione altimetrica tra gli altopiani di Amatrice e di Campotosto e lo spartiacque principale (con un dislivello di oltre 1000 metri).

Disturbi tettonici minori (faglie trascorrenti) a prevalente decorso trasversale hanno interessato soprattutto il versante occidentale reatino; lungo di essi si sono impostati torrenti, localmente detti 'fossi', il cui profilo è generalmente caratterizzato da numerose rotture di pendenza, per l'alternarsi di rocce variamente erodibili, e quindi da una serie di cascate che possono raggiungere dislivelli complessivi di diverse centinaia di metri (per es. il F.so di Piè di Lepre e il F.so dell'Ortanza nel versante occidentale, il F.so della Volpara in quello NE marchigiano).

La bassa permeabilità d'insieme della successione di arenarie e marne limita l'infiltrazione delle precipitazioni, consentendone in gran parte il deflusso superficiale o alimentando un sistema di circuiti sotterranei locali, di modesta estensione, all'interno dei corpi rocciosi maggiormente degradati o fratturati. Questo spiega, da un lato, l'erosione accelerata dei versanti più acclivi con tipiche forme 'a zampa d'oca', dall'altro la mancanza di grosse sorgenti (con portate dell'ordine di mc/s) e l'esistenza di una rete di risorgenze perenni, dalle portate limitate, distribuite sin quasi sulle vette, che alimentano la circolazione superficiale (BRUNAMONTE, 1994).

L'evoluzione geomorfologica del rilievo è stata inoltre influenzata dal glacialismo del Quaternario, testimoniato da alcuni depositi morenici e da numerosi circhi glaciali più o meno conservati, da intensi processi crioclastici e dalle diffuse "deformazioni gravitative profonde" (fenomeni che si collocano tra i movimenti franosi e la tettonica gravitativa) recentemente riconosciute sul versante teramano della catena (ADAMOLI, l.c.).

I depositi morenici, legati al glacialismo würmiano, sono poco diffusi e di modesta estensione, in quanto smantellati con facilità dall'azione delle acque dilavanti ed incanalate. Ammassi caotici di ciottoli e blocchi arenacei immersi in una matrice sabbioso-argillosa, interpretabili come materiale morenico, sono segnalati nella zona dell'Agro Nero (conca montana a ca. 1500 mt s.l.m. ricca di laghi, sorgenti, pozze temporanee e pseudotorbiere) e in località Balzi Classette (mt 1590), a NW di M. Gorzano (SCARSELLA, 1945; ADAMOLI, l.c.).

Al glacialismo würmiano sono da riferire anche i circhi glaciali (una quindicina) e le tracce di erosione glaciale osservabili alla testata di alcuni 'fossi', soprattutto nel versante teramano, oltre i 2000 mt: in entrambi i casi, l'azione erosiva degli agenti meteorici, i movimenti neotettonici ed i fenomeni di deformazione gravitativa profonda hanno determinato la parziale scomparsa di queste forme o il loro occultamento sotto spesse coltri di materiale detritico.

Interessanti forme periglaciali, piuttosto diffuse nei settori più elevati della catena, sono le 'vallette nivali', che rivestono grande importanza fitogeografica, come aree di rifugio per entità relitte artico-alpine, e nelle quali la neve persiste anche fino alla fine di giugno: particolarmente ricche di specie rare sono quelle di Pizzo di Sevo, di Cima Lepri, di M. Gorzano e di Cima della Laghetta. (Cfr. biblio 20)
 

 
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