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Edward Lear (dis. di William Holman Hunt - 1857, rielaborato da F. D'Amore)

 
     
 

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 ::. Monti della Laga | Edward Lear

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Edward Lear nacque ad Halloway, presso Londra, nel 1812 e morì a San Remo nel 1888, dove è sepolto. Scrittore e paesaggista visse per lungo tempo in Italia, molto apprezzato per le sue collezioni di disegni di animali e di paesaggi.

Illustrated Excursions in Italy (Escursioni illustrate in Italia, 1846) sono un lungo reportage di viaggio in cui, tra l'altro, raccontò monti, mari e genti d'Abruzzo viaggiando per oltre tre mesi, a tre riprese, tra il 1843 e l'ottobre del 1844. La sua è una testimonianza di prim'ordine sulla cultura, la società e il paesaggio dell'Abruzzo preunitario.
 

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Viaggio attraverso l'Abruzzo pittoresco (26 Luglio 1843 - 14 Ottobre 1844)

5 Ottobre 1844
Ho trascorso la giornata di ieri tranquillamente con la famiglia Ricci, e ne ho lasciato la casa solo per arrivare a Catignano(1), un paese vicino, la cui chiesa, che fu costruita sulle robuste mura di un antico convento benedettino, è assai pittoresca.

Oggi sono partito al sorger del sole con una guida per Amatrice, con l’intenzione di tornare a Mopolino, dopo avere esplorato quella zona.

Della mia camminata fin là posso dire che è stata penosa, monotona e per niente piacevole; ho visto la pianura di Montereale con paesini qua e là e una valle monotona che sale fino ad Arrigo(2), un paesino poco pulito, pieno di granturco esposto per l’essiccazione; Arrigo è ravvivata solo da cani, maiali e polli.

Poi abbiamo incontrato una valle più cupa e una lunga salita in cima alla quale, come compenso di tutte le fatiche, c’era una bella veduta della valle del Tronto, con Amatrice su di una cresta, al centro. A sinistra l’alto monte Sibilla(3), che giunge a settemilatrecento piedi parigini sul mare (Guattani, I.85), presso Norcia, domina sul panorama; nel lato opposto s’innalzano le grandi montagne di Pizzo di Sega(4) e Pizzo di Moscio, di cui fra Alberto dice: « Sono troppo grosse per essere disegnate e descritte » (Fra Leandro Alberti, p. 262).

Nel complesso, per mancanza di alberi, il panorama è più imponente che piacevole.

Dopo aver superato Nemici e avere attraversato il Tronto alle sorgenti, le deserte mura di Amatrice, una volta illustre città, hanno incominciato ad interessarmi mano a mano che mi avvicinavo: essa è un luogo negletto e in rovina, devastato da terremoti e da lotte intestine.

Strade sconnesse mi hanno condotto al palazzo di don L. Ameliorati, il giudice o governatore (per il quale don G. Rizzi mi aveva dato una lettera): è un uomo del tutto amichevole e gentile, che ha mandato in giro un suo domestico con me per mostrarmi le bellezze della cittadina, con l’intesa di tornare per l’ora di pranzo.

L’origine di Amatrice, senza un buon fondamento, risale ai Sanniti (Del Re, vol. II, p. 236): quale che sia stato il tempo, non sono a conoscenza della sua esistenza storica prima del secolo decimoterzo, quando, come sembra, fu costante rivale dell’Aquila. Non ho sentito parlare di antichi ruderi sul luogo o nei dintorni, ad eccezione di una via sotterranea dalla cittadina alla valle, e di alcuni resti della via Salaria nei vigneti adiacenti. Le vestigia di una via molto più antica, che forse andava da Amiternum ad Ascoli, come si dice, devono essere ancora rintracciate lungo le alte montagne ad est del Tronto (Martelli, vol.I, p. 122). Nel 1316 (B. Cirillo, p. 18) gli Amatriciani si unirono con gli Ascolani per sottomettere L’Aquila, ma gli Aquilani furono più forti e Amatrice fu saccheggiata e incendiata.

Per questo L’Aquila fu condannata da re Roberto a pagare una multa di trentacinquemila ducati, ridotta più tardi ad un’ammenda di ventiquattromila ducati. Nel 1318 una ribellione verificatasi in Amatrice suscitò un tale sdegno nel re che comandò agli Aquilani di distruggere la città loro antica nemica; essi ben volentieri la misero a ferro e fuoco. Nel 1528 Amatrice fu conquistata e tenuta da Gian Giacomo Franco per conto del re di Francia, ma fu riconquistata e di nuovo saccheggiata dal principe Filiberto, agli ordini dell’imperatore Carlo V (Pacichelli, vol. III, p. 59), che ne concesse il principato nel 1538 ad Alessandro Vitelli; in quel tempo essa aveva milleduecentosedici famiglie. Nel 1606 essa passò per matrimonio al casato degli Orsini (Giustiniani, vol. I, p. 174).

Nel 1638 e nel 1703 Amatrice fu devastata dal terremoto; nel secondo terremoto la maggior parte della cittadina fu distrutta e gran parte della popolazione perì: molte centinaia di uomini rimasero sepolti vivi sotto le macerie (Georgii Baglivi, p. 350); questa calamità è a tutt’oggi testimoniata abbastanza da mura e chiese in rovina e dal misero aspetto del luogo.

Attualmente la popolazione di Amatrice è assai scarsa e ha carattere di instabilità, perché la maggior parte degli uomini vanno a Roma come camerieri o come stallieri, mentre quelli delle frazioni migrano annualmente con le loro greggi nella Campagna Romana.

Quarantacinque casali dipendono da questa città decaduta, le cui cinque porte, e le cui mura un tempo potentemente fortificate, ancora testimoniano la sua passata grandezza. Essa fa parte della diocesi di Ascoli. Amatrice ha numerose chiese degne di interesse; in alcune di esse vi sono dipinti di Cola dell’Amatrice, ma sono stati in gran parte ritoccati, per cui poco rimane dell’originale (Cola dell’Amatrice risiedette principalmente ad Ascoli del Piceno, nel secolo sedicesimo. Lanzi, Storia della pittura italiana, vol. II, p. 386). L’abside di San Francesco è gotico, il resto è moderno; Sant’Agostino risale al 1428: ambedue hanno portali gotici, ricostruiti dopo il terremoto. Alcuni alti campanili sono pittoreschi e ricordano quelli della Lombardia, specialmente quello nella piazza del mercato. Tornato alla casa del giudice, ho trovato che m’aspettava un pranzo magnifico, al quale erano presenti tutti i suoi familiari, persone assai simpatiche. I vini di Capestrano sono superiori ad ogni elogio. Ho trascorso tutto il pomeriggio in un duro lavoro, interrotto solo dall’obbligo di visitare una miracolosa immagine(5), tenuta in grande venerazione; essa veniva esposta al pubblico solo una volta all’anno, ma mi hanno dato l’onore, come a straniero, di poterla vedere.

Ho chiuso la giornata con un escursione sulle mura e nella gola, un panorama tetro e selvaggio, che non sembrava gradito ad una nuvola color porpora che copriva la cima dell’alto monte Sibilla, mentre il sole come sdegnato tramontava.

Ho scherzato fino all’ora di cena con i graziosi bambini del mio ospite e la serata sarebbe finita piacevolmente, se non fossero giunte notizie di persone sospette che avevano superato le frontiere ed erano state viste presso la cittadina.

La notizia di due o tre draghi scatenati che casualmente si aggirassero nelle vicinanze non sarebbe stata così terribile come questa, che persone senza passaporto erano a piede libero nel regno di Napoli, per giunta sospettate di essere fuggite dalla rivoluzionaria città di Bologna. Il paese era in allarme, le guardie rurali hanno fatto la ronda l’intera notte, il giudice aveva brutti presentimenti; la signora Ameliorati, che aveva perduto alcuni parenti negli ultimi tumulti di questi piccoli ma irrequieti paesi, ha pianto per quasi tutta la notte. (Cfr. biblio 12)

NOTE
(1) - L’attuale Capitignano
(2) - L’odierno Aringo
(3) - Il gruppo del Monte Vettore
(4) - Pizzo di Sevo
(5) - Forse la Sacra immagine della Madonna di Filetta
 

 
   

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