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 ::. Gran Sasso | Vegetazione

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L'orientamento geografico ed il clima, oltre alla composizione chimica del terreno ed alla natura geologica, sono i due elementi che maggiormente influiscono sulla vegetazione favorendone le aggregazioni e gli insediamenti di specie endemiche, di quelle specie cioè che vivono spontaneamente in un solo ambito geografico.

Nel caso del Gran Sasso si ritrovano endemismi appenninici (tra cui Arenaria bertolonii e Linaria purpurea), endemismi dell'Appennino centromeridionale (Cerastium tomentosum, Acer neapolitanum), centro-settentrionale (Artemisia petrosa subsp. eriantha), centrale (Viola magellensis, Campanula apennina), endemismi abruzzesi (Ranunculus magellensis). Per quel che riguarda il massiccio del Gran Sasso, l'orientamento WNW-ESE, ha fatto si che i diversi versanti abbiano subito influenze climatiche di tipo oceanico, con derivazioni atlantiche e centro-europee, per il fronte ad Ovest, e con influenze climatiche di tipo continentale, con derivazioni balcaniche e subtropicali, per il fronte ad Est.

Questo, insieme alle vicende tettoniche e paleoclimatiche, ha contribuito alla caratterizzazione dei suoli e giustifica inoltre la presenza di alcune specie rare provenienti da areali di distribuzione non contigui come, ad esempio, la Stella alpina appenninica Leontopodium nivale e la Paeonia officinalis. Quello che possiamo vedere oggi è il frutto di una evoluzione successiva del paesaggio vegetale in cui le specie dominanti - in particolare quelle arboree - hanno avuto dei periodi di grande sviluppo e successive regressioni, talora fino alla loro totale scomparsa. L'evoluzione del paesaggio vegetale porta all'aggregazione di specie vegetali ben definite (arboree, arbustive ed erbacee), e determina l'instaurarsi di un sistema più o meno stabile ed in equilibrio con l'ambiente, denominato associazione vegetale.

Poiché con l'altitudine fattori come il clima, il suolo, la piovosità e la temperatura subiscono delle variazioni, le stesse modificazioni si ritrovano nella composizione delle associazioni vegetali. Esse pertanto sono raggruppabili in fasce vegetazionali che si susseguono salendo di quota. Quelle principali, che caratterizzano il paesaggio vegetale appenninico sono:

- Fascia sannitica dei boschi misti caducifogli (piano collinare);
- Fascia subatlantica delle faggete (piano montano);
- Fascia mediterraneo-altomontana delle praterie d'altitudine (piano subalpino e alpino) (Pignatti, 1979).

Le quote di riferimento per ogni fascia subiscono uno spostamento verso quote inferiori in caso di esposizione Nord. Se ogni comunità vegetale fosse in grado di svilupparsi sfruttando al meglio lo spazio, la luce, l'acqua e tutti gli altri fattori necessari al proprio sviluppo in un ambiente che non subisse modificazioni, raggiungerebbe uno stadio terminale definito come climax. Ne consegue che il climax è, nella maggior parte dei casi, una situazione teorica, specie in zone di montagna particolarmente soggette a variazioni climatico-ambientali. Ciò che si osserva in realtà sui versanti del Gran Sasso è un evolversi della vegetazione a causa dell'altitudine, delle caratteristiche biogeografiche delle diverse specie vegetali (corologia) e dell'esposizione. Tutti questi fattori determinano la distribuzione delle specie sul territorio.

Partendo da 800-1000 mt s.l.m. si attraversa dapprima la fascia sannitica dei boschi misti caducifogli, caratterizzata da estese formazioni di Cerro (Quercus cerris) associato a varie altre essenze arboree tra cui Carpino nero (Ostrya carpinifolia), Castagno (Castanea sativa), Melo selvatico (Malus sylvestris), Pero selvatico (Pyrus pyraster), Pioppo tremolo (Populus tremula), Acero opalo (Acer obtusatum). I boschi sono inframmezzati da coltivi, prati arborati, spesso ricolonizzati da Rosa selvatica (Rosa sp.), Ginepro (Juniperus communis), e pascoli. Lungo i corsi d'acqua sono presenti formazioni arboree ripariali di Pioppo bianco (Populus alba), Pioppo nero (P. nigra), Salice bianco (Salix alba), Salice rosso (S. purpurea) e formazioni miste umide con Carpino bianco (Carpinus  betulus), Tiglio (Tilia cordata), Acero campestre (Acer campestre) e montano (A. pseudoplatanus), Nocciolo (Corylus avellana), Ligustro (Ligustrum vulgare), e Caprifoglio (Lonicera sp.).

Successivamente, al di sopra dei 1200-1300 mt si estende la fascia subatlantica caratterizzata dalle faggete inframmezzate da Acero montano e più di rado a Tasso (Taxus baccata), Betulla (Betula pendula) (in Val Venacquaro) e Abete bianco (Abies alba) (nel Vallone del Ruzzo e in Val Venacquaro), tutti relitti di specie assai più diffuse nel passato. Qui il sottobosco è molto ricco con Agrifoglio (Ilex aquifolium), Ribes (Ribes sp.), Lampone (Rubus idaeus) e numerose altre specie minori. I boschi termofili del versante meridionale presentano alcune differenze dovute alle diverse condizioni climatiche - qui il Cerro è associato a Roverella (Quercus pubescens), Orniello (Fraxinus ornus), Acero campestre, Prugno selvatico (Prunus spinosa), Nocciolo, Berretta di prete (Evonymus europaeus) e Pero selvatico - ma anche all'intenso sfruttamento che già da prima del XIV secolo aveva denudato questo versante.

Un tentativo di ricostruzione del manto vegetale ha portato all'impianto di rimboschimenti di conifere nella zona sovrastante L'Aquila. L'altitudine costituisce sicuramente un fattore limitante: man mano che ci si sposta verso l'alto la vegetazione subisce delle variazioni conseguenti all'adattamento a condizioni via via più difficili. E' una logica conseguenza del dover vivere in zone "critiche" il fatto che nei vegetali si sviluppino tutta una serie di adattamenti che permettono di meglio tollerare eventuali situazioni scarsamente sopportabili (presenza di peli per diminuire la perdita d'acqua, presenza di un bulbo e attività vegetativa ridotta al minimo, fusti striscianti, apparato radicale molto sviluppato rispetto alla parte aerea, ecc.).

Tali adattamenti si ritrovano nelle praterie d'alta quota, 1700-1900 mt s.l.m., appartenenti alla fascia mediterraneo-altomontana. Esse non si presentano nel loro stato "naturale" avendo subito nel tempo l'azione selettiva del pascolo che ebbe un impatto notevolissimo se si pensa che nel 1500 e 1600 transumavano uno o due milioni di capi. Nel tempo si andò configurando un paesaggio vegetale relativamente stabile, specie alle quote più alte; ciò nonostante numerosi sono ancora i segni di un intenso sfruttamento: dal peggioramento della qualità della cotica erbosa, alla comparsa di specie nitrofile come Ortica (Urtica dioica), Cardi (Carduus sp., Carlina sp., Cirsium sp.), Tarassaco (Taraxacum sp.) ed altre, fino alla comparsa di zone caratterizzate dalla esclusiva presenza del Nardo (Nardus stricta), graminacea resistente al calpestamento e poco appetita dal bestiame.

Segue una fascia di arbusteti a Ginepro nano (Juniperus nana), Salice erbaceo (Salix erbacea), Salice retuso (Salix retusa), Uva orsina (Arctostaphylos uva-ursi) e Mirtillo (Vaccinium myrtillus), assai ridotta a causa dell'azione dell'uomo. Nelle zone più stabili con suolo profondo compaiono la Festuca violacea e la Luzula spicata; nelle zone più acclivi ed esposte i cespi di Sesleria tenuifolia. Laddove invece i detriti sono più mobili la Festuca dimorfa risulta l'unica in grado di colonizzare il suolo. A questa graminacea si associano i rappresentanti di una flora in gran parte endemica tra cui val la pena di ricordare la Peverina tomentosa (Cerastium tomentosum), la Linaria purpurea e la L. alpina dai fiori violetti con una macchia gialla sul labello, il Caglio di Monte Baldo (Galium baldensis), l'Orecchia d'orso (Primula auricola).

Salendo ancora di quota la colonizzazione dei detriti avviene ad opera dell'ombrellifera Heracleum pyrenaicum subsp. orsinii (Panace dei macereti) e dell'Isatis allionii dalle caratteristiche infiorescenze gialle oltre ad alcune sassifraghe (Saxifraga porophylla, S. paniculata subsp. stabiana, S. lingulata subsp. australis). Ancora più in alto, nel vallone tra i due Corni, sulla cresta del Portella e sulle pendici del Corno Grande, fioriscono i Papaveri alpini (Papaver degenii e P. julicum). Oltre i 2500 metri il Genepì appenninico (Artemisia petrosa subsp. eriantha), lo Spillone della Maiella (Armeria magellensis) e la Saxifraga speciosa, riescono a sopravvivere insieme all'Achillea nana (A. barrelieri) e al Salice retuso. Altre specie vegetano alle quote più alte come l'Arabis alpina, la Viola eugeniae e la V. magellensis, la Carex ferruginea, la Festuca rossa (Festuca rubra) ed alcune felci come l'Asplenium fissum e la Cystopteris fragilis.

Al di sopra dei 2800 mt di quota ci si trova di fronte alla vegetazione rupicola; sulle cenge, sui terrazzi e nelle fessure delle rocce alcune piante riescono ancora a vegetare. Altre specie interessanti e localizzate sono la Stella alpina dell'Appennino (Leontopodium nivale) ed il Camedrio alpino (Dryas octopetala, relitto glaciale dai caratteristici sette o più petali bianchi, la Carex canescens, il Pepe d'acqua maggiore (Elatine alsinastrum) e la Peplis portula in Val Voltigno, mentre più diffuse sono altre specie più conosciute come il Crocus albiflorus, la Genziana campestris, la G. verna, la G. dinarica, la G. magellensis, la Soldanella alpina, ranuncoli, primule, scille, anemoni ed orchidee che colorano con le loro fioriture le praterie nel periodo primaverile.

L'elenco delle specie presenti sul massiccio ne comprende un numero molto elevato, certo ben di più di quelle qui nominate, molte delle quali altrettanto meritevoli di interesse per motivi di rarità o fitogeografici. (Cfr. biblio 11)
 

 
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